SOTTO ANESTESIA

E se al risveglio da un’operazione vi ricordaste che l’anestesista vi ha confessato, proprio mentre vi stava sedando, di aver ucciso una persona? Qualcuno vi crederebbe? Oppure penserebbe che non possa essere accaduto, che quella confessione sia solo frutto della fervida immaginazione di una mente offuscata dall’anestesia...

Andando oltre ogni più plausibile e logica spiegazione, e seguendo solo le indelebili tracce di quella confessione rimastale  inspiegabilmente impressa nella mente, Judy, la giovane protagonista di questo romanzo giallo, riuscirà con pervicace determinazione a ricostruire e a risalire il percorso degli eventi, scoprendo scomode verità, intrighi, oscure trame, interessi e omissioni, fino a risolvere un caso troppo frettolosamente archiviato.

1

- Ben svegliata Judy. Come ti senti? Ti sei addormentata terrorizzata, ero un po’ preoccupato - mi sentii dire da una voce sconosciuta, ma dal tono calmo e piacevole.

I miei occhi mettevano a fuoco, a poco a poco, l’immagine della stanza nella quale mi trovavo: non sapevo esattamente che posto fosse e mi sentivo la testa ovattata.

Un fortissimo senso di nausea mi opprimeva.

- Mentre ti somministravo l’anestesia parlavamo un po’, ma poco prima di addormentarti ti sei innervosita, eri molto tesa, farfugliavi qualcosa di incomprensibile - continuava con il suo tono gentile e premuroso - ma ora mi sembra che sia tutto ok, puoi confermarmelo in qualche modo?

Si avvicinò e, alla vista della sua tuta blu, mi ricordai dove mi trovavo e a chi appartenesse la voce che stava accompagnando il mio risveglio.

Ero stata operata alla tiroide e lì con me c’era il medico anestesista.

Era un uomo sulla quarantina, dall’incarnato olivastro, castano, appena stempiato, non molto alto ma dal fisico proporzionato. Probabilmente frequentava una palestra. I suoi occhi, di un colore difficile da definire - tra il grigio, il verde scuro e il marrone -  rivelavano un leggero nervosismo, che stonava con i suoi modi premurosi.

Non si poteva dire fosse bello, ma qualcosa in lui mi affascinava.

Abbozzai un timido sorriso, cercando di confermare che mi sentivo bene. Confusa, ma bene.

- Com’è andata? - provai a dire, rendendomi conto di non riuscire quasi a parlare: la mia voce era un sibilo, che persino io stessa faticavo a sentire.

- Bene bene - rispose lui con aria distratta, tanto che non capii se stava rispondendo a me o se stesse commentando ad alta voce un pensiero nascosto nella sua mente.

- Dico all’infermiera di venirti a prendere… ti porterà in stanza… tra breve gli effetti dell’anestesia scompariranno completamente. Sentirai qualche doloretto, ma è normale, perciò non preoccuparti. Addio Judy.

Se ne andò, ed io rimasi lì, aspettando che l’infermiera mi raggiungesse per portarmi via: il peggio era passato, pensai.

Fissai per un po’ la stanza in cui mi trovavo. Era una piccola anticamera alla sala operatoria, buia e triste, dalle pareti verdognole. In un angolo c’era un carrello con sopra un paio di bottigliette contenenti dei liquidi trasparenti, delle scatole di cartone, dei guanti in lattice, tubicini di plastica e aghi usa e getta… il tutto illuminato da un neon che, con la sua luce fredda, conferiva a quella stanza un aspetto un po’ inquietante: sembrava l’ambientazione di un videogioco macabro.

Rimasi lì, nel silenzio, per poco.

- Judith Lay? - mi domandò un’infermiera con tono indifferente.

Annuii, con un lieve sorriso, in cenno di risposta.

La donna si avvicinò, alzò le spondine laterali del letto, e ci accingemmo a lasciare la sala. L’abitudine nel trasportare i letti da una parte all’altra dell’ospedale aveva fatto prendere a quella portantina una confidenza con le manovre che a me però risultava un po’ brusca.

Ci fermammo, con mio sollievo, in attesa dell’ascensore.

- Questi ascensori… sempre occupati - commentò la donna sospirando.

Sopraggiunse un’altra infermiera che trasportava delle sacche contenenti un liquido giallastro che mi impressionarono. Si fermò lì con noi sul ballatoio in attesa che l’ascensore arrivasse. Le due presero a chiacchierare e (ahime!) la portantina iniziò a muovere il lettino sul quale mi trovavo come fosse una culla e la mia nausea a quel dondolare e alla vista di quelle sacche giallognole crebbe sempre di più: avrei voluto urlarglielo, ma non riuscii quasi a parlare e il mio mugugnare non fu in grado di superare quel fastidioso chiacchiericcio.

Giunta finalmente nella stanza venni lasciata sola, in attesa che qualche parente entrasse a farmi un po’ di compagnia.

- Addio Judy - mi aveva detto poco prima l’anestesista, “buffo come suona secco un addio” pensai. Avrebbe potuto dire un semplice ciao, per quanto un addio era stato probabilmente la formula più adatta,  poichè , con ogni probabilità, io e lui non ci saremmo rivisti mai più.

Mentre ero intenta a fare queste banali osservazioni sui convenevoli, mi tornò alla mente il viso dell’anestesista. Il volto di quell’uomo, che poco prima con voce rassicurante aveva accompagnato il mio risveglio, ora mi sembrava triste e cupo, quasi sinistro. Un brivido mi attraversò la schiena. Perché ritornava quella immagine… era la mia fantasia o il ricordo di una sua particolare espressione? E perché mai avrebbe dovuto avere un’espressione così spiacevole? Forse qualcosa era andato storto quando mi aveva somministrato l’anestesia? Forse per quello si era un po’ preoccupato, a suo dire.

I miei pensieri furono bruscamente interrotti dall’arrivo di amici e parenti, che irruppero nella stanza chi con fiori, chi con riviste e chi con caramelle e cioccolatini…sembrava di essere ad una festa!

 

 

2

 

Il cielo imbruniva quando l’infermiera venne a chiamare i rumorosi ospiti, ricordando con cortesia che era arrivato il momento di lasciare riposare il malato.

Così, alla spicciolata, andarono via tutti. Rimase solo Diego, il mio amico di sempre.

Vicini di casa, eravamo cresciuti insieme, ed essendo lui di qualche anno più grande, l’avevo sempre considerato come un fratello maggiore sul quale sapevo di poter contare in qualsiasi momento.

Diego Mangiapane, questo il suo nome per esteso, si poteva definire un ragazzo senza dubbio affascinante. Di origine italiana (i  suoi genitori avevano lasciato Palermo poco dopo essersi sposati) era nato e cresciuto a Waley, una cittadina nella contea dell'Hampshire in Inghilterra,  ma l’educazione che aveva ricevuto era stata decisamente quella di un perfetto gentiluomo siciliano. Tutt’altro, invece, poteva dirsi del suo aspetto, ben lontano dallo stereotipo “moro e occhi neri” che invece era ricalcato perfettamente dai suoi genitori. Diego, con la sua alta statura, i capelli color ruggine, gli occhi della tonalità dell’ambra e qualche piccola lentiggine sembrava essere la prova vivente delle invasioni nord europee della Sicilia e di come, nella genetica, i caratteri recessivi potessero rimanere latenti, manifestandosi poi tutti insieme anche a distanza di generazioni!

E non era solo bello, Diego era anche il classico bravo ragazzo che ogni madre vorrebbe vedere accanto alla propria figlia: laurea in ingegneria, conseguita con il massimo dei voti, un’ottima posizione da top manager presso un’importante azienda, maniere garbate ed eleganti. Mi era sempre stato a fianco e anche quella volta, immancabile, era lì con me, in ospedale.

- Finalmente un po’ di pace - esclamò – sei rimasta in silenzio tutto il tempo… riesci a parlare almeno un po’?

Con il viso che doveva essere visibilmente provato e pallido, scossi la testa. Mi sentivo esausta.

- Non preoccuparti - mi disse - pensa solo a riposare… starò fuori città qualche giorno, ma non appena sarò di ritorno, passerò a trovarti.

Mi diede un bacio sulla fronte ed uscì dalla stanza, lasciandomi sola con i miei pensieri.

Erano ormai passate alcune ore, ma non ero riuscita a levarmi dalla mente l’espressione inquietante di quell’anestesista. Ora mi sembrava di vederlo parlare, mentre si muoveva in quella stanza, trafficando con boccette, tubi e aghi. Riuscivo a vedere i suoi occhi cupi, dai quali trapelava turbamento, mentre mi somministrava l’anestesia… ma cosa mi aveva detto esattamente?  Cercai di ricordare... avevo la sensazione che fosse importante.

Ma la stanchezza fu più forte della curiosità e crollai tra le braccia di Morfeo.

 

LA TESTIMONE

Un lungo viaggio. Un'amicizia storica. Una cerimonia alla quale non si può non partecipare. Una nuova coinvolgente avventura per Judith Lay.

Inizia a leggere "La testimone"

1

 

- Aspetti! La prego, aspetti! - gridai con la voce che mi era rimasta dopo l’estenuante corsa fatta per arrivare in stazione, che quella mattina sembrava un girone infernale.

Con fatica, riuscii a superare un impenetrabile muro umano e dovetti fare lo slalom tra numerosi trolley ma, in qualche modo, avevo raggiunto il mio binario e il capostazione, nonostante il fiato corto e il mio aspetto decisamente stravolto, non riuscì a risparmiarmi la ramanzina - Certo però, signorina… - disse, battendo nervosamente l’indice sul quadrante dell’orologio - Puntualità!

Quasi lo incenerii con lo sguardo: tutto mi si poteva dire, tranne che non fossi una persona puntuale. Io non ero mai in ritardo, solo che, proprio quella mattina, era accaduto l’inimmaginabile!

Riepiloghiamo.

La sveglia non aveva suonato, o forse lo aveva fatto, ma il sonno, accumulato dopo una settimana di durissimo lavoro, doveva avere avuto la meglio sui ripetuti richiami della suoneria; il tubo di scarico della lavatrice, lanciata di notte, si era rotto e l’acqua aveva completamente allagato il bagno; per finire, il taxi sul quale stavo viaggiando era rimasto bloccato in mezzo a un mare di macchine.

- Santo cielo, questo è troppo! Ma si può sapere cos’è tutto questo traffico? 

- E che dobbiamo fare, con lo sciopero di oggi degli autobus…

Non gli feci neppure finire la frase - Fermi qui per favore, proseguo a piedi.

Pagai il dovuto al tassista e mi misi a correre, sperando di arrivare in tempo.

Quella mattinata, già iniziata male, proseguiva peggio: mentre sfrecciavo disperatamente tra le auto in fila, mi domandavo se sarei riuscita a prendere il treno… E se lo avessi perso? Se fosse stato quello un segno del destino, che voleva impedirmi di raggiungere Diego e di fargli da testimone?! Forse l’universo aveva scatenato quella serie di eventi per non permettere a Diego di sposare Cynthia?... sarebbe stato bello, ma adesso stavo decisamente esagerando!

Comunque, nonostante tutti quegli imprevisti, ce l’avevo fatta, ed ora, seppur sfinita, ero lì, davanti al capostazione che, dopo il rimbrotto, mi aiutò addirittura a tirar su il mio scomodo borsone.

“Finalmente in viaggio” pensai una volta a bordo.

Tirai fuori il biglietto e iniziai ad avanzare lungo lo stretto corridoio del treno, soffermandomi tra i sedili per leggere la progressiva numerazione dei posti alla ricerca del mio, scusandomi con i passeggeri che, a loro volta, nel tentativo di evitare il mio ingombrante bagaglio, si ritraevano sulle proprie poltrone, chi sbuffando, chi abbozzando un sorriso di circostanza e chi, infine, con evidente espressione di disapprovazione per un modo così poco pratico di viaggiare.

In effetti, nell’epoca dei comodi trolley, probabilmente ero rimasta l’unica folle a portare ancora una borsa con i manici corti, tanto grossa quanto scomoda! Ma si trattava del ricordo delle mille vacanze trascorse con gli amici del liceo, le cui testimonianze si riassumevano nelle dediche adolescenziali impresse con pennarelli indelebili dalle vivaci tonalità… come avrei potuto sbarazzarmi di un simile cimelio?!

Diego mi ci aveva sempre preso in giro - Ma quando ti deciderai a utilizzare qualcosa di più funzionale e maneggevole?

Già Diego! Se mi trovavo lì in quel momento era per lui. Eravamo amici da una vita e mi aveva chiesto di fare da testimone alle sue nozze, cosa che, fin da subito, non mi aveva convinto né tantomeno entusiasmato, data l’antipatia che provavo nei riguardi della sua fidanzata… se poi avessi saputo che quel matrimonio si sarebbe celebrato a circa cinquecento chilometri da casa, avrei con gentilezza, ma senza alcuna remora, rifiutato.

“18C” ecco, avevo trovato il mio posto!

Con non poca difficoltà, sistemai il borsone nell’apposita cappelliera in alto e, totalmente distrutta, crollai sul sedile.

Nel frattempo il treno era partito e una graziosa hostess aveva iniziato a distribuire il giornale del mattino.

Sorrisi alla giovane ragazza seduta di fronte a me, che sembrava fissarmi, ma con uno sguardo totalmente assente. Distrattamente ricambiò il sorriso, come se quel mio saluto si fosse intrufolato nei suoi pensieri disturbandola, e si girò a guardare fuori dal finestrino.

- Desidera un quotidiano? - mi domandò l’hostess.

- No, la ringrazio - risposi meccanicamente.

Frugai nella borsa alla ricerca del libro che avevo comprato qualche giorno prima e che non avevo avuto ancora il tempo di aprire.

“Devo decidermi a sistemare il delirio che regna qui dentro!” dissi tra me e me, rovistando nella borsa. Lo trovai e “bene” pensai “ora posso rilassarmi un po’”.

Aprii il libro e, letta neanche per intero la prima frase, mi squillò il cellulare.

- Ciao Diego.

- Ehi Judy, tutto ok? Sei sul treno?

- Sì, tranquillo… la tua testimone è in arrivo!

- Col tuo solito borsone grigio? - ridacchiò.

- Ovviamente! - esclamai, ridendo anch’io.

- Ok, va bene, volevo soltanto rassicurarmi che tutto procedesse secondo i piani. Ci vediamo dopo!

Riposi il cellulare nella borsa, e tornai a osservare la ragazza davanti a me che, ancora immersa nei suoi pensieri, scrutava assorta il paesaggio che scorreva rapido fuori dal finestrino.

Era una bella ragazza. La pelle chiara e delicata, il piccolo naso all’insù e le labbra carnose di un tenue color porpora, facevano pensare a una di quelle fragili bambole di porcellana. Aveva lunghi capelli color mogano, raccolti in una morbida treccia che le scendeva su una spalla. Ma ciò che mi colpì maggiormente furono gli occhi, grandi e di un insolito colore, tra il blu e il viola.

Al collo portava un ciondolo che, a prima vista, trovai un po’ kitsch: aveva la forma di una grande farfalla dorata le cui ali erano formate da pietre variopinte incastonate fra loro. Difficile non notare un oggetto del genere! Non riuscivo a capire però se si trattasse di comune bigiotteria o di un costoso gioiello in oro e pietre preziose dal design decisamente vintage.

Mi domandai se anche lei fosse tra gli invitati al matrimonio: era probabile, infatti, che anche qualcun altro, oltre a me, avesse optato per il treno come mezzo alternativo per giungere a destinazione.

Era una location bellissima, o almeno così appariva dall’invito, ma decisamente troppo lontana. Si trattava di un albergo situato nel Lake District, nella Contea di Cumbria. Diego e Cynthia avevano riservato l’intera struttura per il week end, programmando ogni dettaglio: gli spostamenti (prenotando persino il biglietto del treno per chi avesse voluto evitare il viaggio in macchina), la serata della vigilia delle nozze, la celebrazione del rito…cercando insomma di non lasciare nulla al caso.

- Tutto bene? - mi domandò d’un tratto la ragazza seduta di fronte a me.

Dovevo essermi incantata, fissa su di lei, mentre la mia testa vagava.

- Oh sì scusi, mi ero distratta… - risposi imbarazzata - Sa che ha un ciondolo davvero originale, sembra un oggetto d’altri tempi.

- Lo è! - disse lei fiera, portandosi d’istinto le mani sul decollété.

Subito però sospirò, e abbassò lo sguardo.

Seguì un attimo di impacciato silenzio, del quale approfittai per iniziare finalmente la lettura del mio libro, ma la sentii continuare - È un regalo del mio compagno, era appartenuto a sua nonna a cui era molto legato. E per me rappresenta un chiaro segno del destino.

Capii che voleva chiacchierare un po’ e così, sebbene in quel momento avessi preferito di gran lunga leggere, decisi di assecondare la sua volontà.

Chiusi il libro e lo poggiai sulle gambe. Del resto, qualcosa in comune, quella graziosa sconosciuta ed io, lo avevamo di sicuro. - Anch’io credo nel destino… - le dissi infatti sorridendo.

- È una cosa curiosa, sa - continuò lei incoraggiata dalla mia affermazione - quando ero poco più di una ragazzina, in una delle prime uscite con la mia migliore amica, venimmo fermate da una zingara, che ci domandò se avessimo voluto sapere cosa il futuro avrebbe avuto in serbo per noi. Io fui un po’ titubante all’inizio ma poi, spinta dalla sua insistenza e da una certa curiosità, accettai… così, quasi per gioco. A me disse che la mia vita sarebbe stata come quella di una farfalla, breve ma intensa. Al momento rimasi un po’ scioccata… ma poi, riflettendoci bene, chi può veramente sapere cosa ci riserva il futuro?! E comunque quelle parole mi diedero un motivo in più per vivere appieno la mia vita! In fondo conta il come, non il quanto, no? - si fermò un attimo. Stava effettivamente affrontando un discorso di una certa gravità, vista la profezia della zingara ma, nonostante ciò, il suo viso continuava a esprimere un’assoluta serenità.

- Pochi anni dopo ho conosciuto lui… - riprese a dire - il mio uomo speciale. Ero in vacanza con i miei… è scattato subito qualcosa tra noi e, da allora, la nostra è stata una storia a distanza. Viene a trovarmi ogni volta che può; ma ora sento che è arrivato il momento per noi di vivere insieme. Sto andando da lui proprio per dirglielo: lui non lo sa ancora…sarà una sorpresa! - un guizzo di gioia balenò nei suoi occhi - Ma sono certa che sarà felicissimo della mia decisione. Finalmente insieme, ogni giorno! Sono così emozionata! I miei genitori non sono molto d’accordo, anzi, non lo sono per nulla. Ritengono che non sia un uomo di cui fidarsi… ha parecchi anni più di me e, quando ci siamo conosciuti, era sposato. Ma ora ha avuto la separazione. Del resto, si sa, i genitori sono così, vorrebbero sempre il meglio per i loro figli… però io so che mi ama sinceramente… e poi, quando mi ha regalato questo ciondolo a farfalla, mi è sembrato un chiaro segno del destino! Lo vuole vedere? - mi domandò con entusiasmo.

Rimasi per un istante a osservarla in silenzio, mentre la giovane portava le mani dietro la nuca per sfilarsi la collana con il ciondolo, riflettendo sia sulla storia della zingara che le aveva predetto una vita simile a quella di una farfalla, sia sulla scelta di quell’uomo sposato, del quale si era innamorata, forse, proprio in ragione di quel ciondolo a farfalla che lui le aveva regalato.

- Biglietto, prego? - mi domandò una voce maschile.

- Certamente - risposi in automatico, riscuotendomi dalle mie considerazioni.

Spostai il libro sul sedile vuoto accanto al mio, e iniziai a frugare nelle tasche. Avevo tirato fuori quel biglietto poco prima per leggere il numero del mio posto e ora non ricordavo più dove lo avevo messo!

- Mi scusi - sentii il mio viso avvampare.

Dopo aver ispezionato le tasche, cercai nella borsa ma, non riuscendolo a trovare, d’impeto decisi di svuotarla sul tavolino: “Pessima idea” pensai con un solo fatale attimo di ritardo rispetto al meccanico movimento delle mie braccia!

Da quella borsa fuoriuscì di tutto: la pochette, il portafoglio, l’agenda, un pacchetto di sigarette, una bustina di zucchero logora e sbiadita, gli auricolari del cellulare, una confezione di chewing-gum consumata a metà, fazzoletti, scontrini accartocciati, un blister di pastiglie per la gola, un gettone di quelli che si usano per i carrelli della spesa, la carta appallottolata di un paio di caramelle e una polverina che si sparse ovunque (probabilmente lo zucchero di quella centenaria bustina)… che confusione!

- Ehm… - sorrisi imbarazzata all’uomo che mi guardava con un’espressione sempre più diffidente - Forse è nella valigia… - quasi balbettai alzandomi per raggiungere il bagaglio.

- No! - sbottò l’uomo come seccato dalla mia sbadataggine - È sul suo sedile, ci stava seduta sopra.

Guardai la poltrona dove, bello stirato dal mio peso, giaceva comodo il mio biglietto.

- Et voilà - dissi con goffa simpatia, porgendolo al controllore.

L’uomo lo guardò per restituirmelo pochi secondi dopo.

Dava l’impressione di essere un tipo alquanto duro, non solo nei modi ma anche nell’aspetto: occhi color azzurro ghiaccio, alto, robusto, con i capelli dal taglio corto e squadrato, ben pettinati all’indietro e fissati con un po’ di gel, e una mascella piuttosto marcata. Ricordava il T-1000 di Terminator. Il tutto avvolto da un pungente profumo di acqua di colonia.

Anche la ragazza davanti a me gli porse il biglietto, mentre io mi davo da fare per far sparire, nel minor tempo possibile, le tracce della mia caotica esistenza da quel tavolino.

- Ha sbagliato carrozza - le fece notare gelidamente l’uomo.

- Cosa? - rispose lei corrugando la fronte.

- Sì, la sua carrozza è la cinque, qui siamo nella due - ribatté lui - l’aiuto a spostare il suo bagaglio?

- No, non c’è bisogno, grazie… mi scusi - disse la giovane in un evidente stato di disagio - devo aver letto male…

Si alzò dal suo posto. Era una ragazza minuta, ma armoniosa ed elegante nei movimenti. Ricordava davvero una farfalla.

Prese la sua valigia dalla cappelliera e d’istinto si voltò a guardare quel tavolino, ora perfettamente pulito e sgombro, forse per controllare se non stesse dimenticando qualcosa di suo che, se anche ci fosse stato, era stato ormai inghiottito dalla mia borsa vorace. Poi mi fece un veloce cenno, come per salutarmi e, prese le sue cose, si incamminò a testa bassa verso la carrozza numero cinque.

Nel frattempo, il controllore aveva ripreso il suo giro e non potei fare a meno di udire i commenti maliziosi di alcuni passeggeri un po’ troppo chiacchieroni - Eh sì, comodo confondere un cinque con un due e viaggiare in 1^ classe.

Il treno intanto continuava la sua corsa: c’erano ancora diverse fermate e circa quattrocento chilometri prima di arrivare. A ben vedere avrei avuto tutto il tempo per iniziare a leggere il mio nuovo libro… prima però mi sarei concessa un più che meritato sonnellino!

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